IL RESTAURO DEL QUADRO Andata al Calvario

Restaurato grazie al contributo del 8x1000 della Chiesa Cattolica Italiana

  • L’AVVENTUROSA VITA DELLO SPASIMO DI SICILIA
C’è una cosa certa nella narrazione dell’Andata al Calvario – capolavoro noto anche come Spasimo di Sicilia – di Raffaello: la sua storia fitta di peripezie, capovolgimenti, colpi di scena che ne sconvolgono la vita trascinandosi dietro una scia di misteri.
Ricostruirne la vicenda attraverso le fonti è come svolgere un’indagine fascinosa e suggestiva che quasi ad ogni snodo pone degli interrogativi assumendo i connotati di un giallo.
Tutto ha inizio quando nel 1506, il giureconsulto palermitano Jacopo Basilicò dona con atto notarile ai monaci benedettini della Congregazione di Santa Maria di Monte Oliveto, da poco giunti a Palermo, alcuni possedimenti con l'obbligo di costruirvi una chiesa e un monastero dedicati a Santa Maria dello Spasimo, in memoria della defunta consorte, particolarmente devota al dolore della Vergine di fronte al Figlio che cade sotto il peso della croce lungo la salita al Calvario.
Nel 1516, portati a termine i lavori della chiesa, Basilicò dà incarico ad Antonello Gagini – una delle personalità di maggior rilievo nel panorama artistico della scultura siciliana rinascimentale – di realizzare una maestosa cornice in marmo sopra l'altare della cappella di famiglia, destinata ad accogliere la tavola rappresentante lo Spasimo commissionata a Raffaello da Urbino, l’artista più celebre del tempo.
Il 1517, l’anno in cui la tavola fu realizzata, segna l’esordio di una storia avventurosa.
Secondo il racconto di Giorgio Vasari nelle sue Vite, la nave che trasportava la grande tavola fece naufragio causando la morte della maggior parte dei marinai; solo la cassa con l'opera rimase integra, sospinta dai flutti verso Genova dove fu tratta in salvo e da dove, per intervento del pontefice Leone X, giunse infine a Palermo.
A Palermo il dipinto conosce una enorme fortuna, sancita dal grande altare marmoreo e dal gran numero di copie che ne furono realizzate, ma non altrettanto fortunata fu la sua vicenda successiva.
La tavola rimane in S. Maria dello Spasimo fino al 1573, anno in cui i monaci del Monte Oliveto si trasferirono nella Chiesa di Santo Spirito detta “del Vespro”, portando con sé l'altare e il dipinto.
Nel 1661, grazie a un reciproco e tacito scambio di favori e interessi, tra il viceré di Sicilia Ferdinando d'Ayala, e l'abate del monastero, padre Clemente Staropoli, in attrito con i monaci, viene ceduta a Filippo IV di Spagna.
Rimpiazzata da una copia, la tavola intraprende il suo viaggio verso il Real Alcàzar di Madrid.
La vicenda dello Spasimo non è comunque ancora conclusa: predato insieme ad altre innumerevoli opere del patrimonio artistico europeo durante le spoliazioni napoleoniche – surrettiziamente legittimate tra le clausole degli armistizi e dei trattati di pace conclusi con le potenze sottomesse – fu portato a Parigi, dove rimase alcuni anni, trasportato da tavola su tela.
Solo dopo la sconfitta di Napoleone rientrerà in Spagna per approdare infine al Museo del Prado, dove l’opera risulta inventariata nel Catalogo di Luis Eusebi del 1821.
Continua però ad aleggiare intorno allo Spasimo un’aura di mistero che ancora adesso affascina e appassiona, e anima la discussione tra quanti sostengono che non abbia mai abbandonato la Sicilia e mettono in dubbio l’autenticità della tela custodita al Prado.
Pirandellianamente, “fantasma o realtà?”. 
Angela Giunta
Vice direttore del Museo Diocesano

Restauratore: Belinda Giambra - Palermo
Autorizzazione della Soprintendenza di Caltanissetta n.242 del 12/01/2022
Inizio dei lavori 12/08/2022

Dalla relazione del progetto di restauro:
 
IL PROGETTO DI RESTAURO
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Il dipinto nisseno che raffigura lo Spasimo di Sicilia, è di medio formato, dipinto su tavola composta da due assi di larghezza differente che, come ci tramandano notizie orali, sono realizzate da un legno africano. Lo spessore della tavola è mediamente di circa un centimetro ed è notoriamente dipinta a olio su uno strato preparatorio chiaro. La campagna di indagine multispettrale condotta dal Centro Regionale per la progettazione ed il Restauro non ha rivelato la presenza di un disegno preparatorio con materiali visibili all’infrarosso, non ha palesato incisioni o ripensamenti, piuttosto ha definito una tavolozza figlia del suo tempo ed anche colori moderni probabilmente attribuibili all’intervento di restauro del 1984. Oltre al suddetto studio non è stata rintracciata nessun’altra indagine scientifica realizzata a scopo conoscitivo.
Oggi il dipinto versa in uno stato di conservazione mediocre nonostante il recente intervento di restauro. Bisogna comunque precisare che lo Spasimo nisseno è stato oggetto di un intervento nel 1984 che ha previsto la pulitura della superficie con semplici spugne abrasive, con miscele acquose ignote. Anche in questo caso, gli studi condotti da padre Giuseppe Sorce ci riferiscono con dovizia di particolari l’accaduto4 per mano del prof. R. La Mattina, restauratore principale della Soprintendenza di Palermo, su incarico di Mons. Alfredo Maria Garsia, vescovo di Caltanissetta. In seguito al restauro il dipinto è stato esposto nella Sala del Museo Diocesano. Ad oggi il manufatto mostra diverse morfologie di degrado di media e di grave entità a carico sia del supporto, sia degli strati pittorici.
Al fine definire lo Stato di Fatto dell’opera, le cause di degrado e l’idoneità delle condizioni museali è necessario realizzare una campagna d’indagine che permetta la raccolta dei dati sensibili per mezzo di diversi sistemi, quali la schedatura conservativa, il monitoraggio fisico (valori termo-igrometrici), il monitoraggio chimico (valori inquinanti), il monitoraggio biologico (trappole entomologiche).

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Approfondimenti
Le pagine del periodico della diocesi L'AURORA hanno ospitato alcuni approfondimenti che di seguito riportiamo.

L'AURORA n.10 novembre 2020

L'AURORA n.2 febbraio 2021

Immagini prima dei lavori

Immagini dei lavori