San Cataldo

In età moderna, la Sicilia è costellata da fondazioni di paesi i cui promotori – l’aristocrazia isolana – provvedevano ad assicurare ai coloni le necessarie infrastrutture per creare un’armatura territoriale che si traducesse in un solido tessuto sociale e ordinato schema urbano. Tra le priorità accarezzate da baroni e marchesi vi era quella di far erigere una chiesa ampia e decorosa che potesse accogliere l’intera comunità e nel contempo mostrare lo status del fondatore, il quale sovente deteneva lo giuspatronato per poter esercitare il diritto di scelta del parroco.
A tali caratteristiche non si sottrae neanche la chiesa madre di San Cataldo, fatta elevare dal barone palermitano Nicolò Galletti, fondatore ad inizio Seicento del paese, ed aperta al culto nel 1620.
Fu ricostruita per ragioni statiche a cavallo tra ‘600 e ‘700 dal marchese-principe Giuseppe Galletti e consacrata da suo fratello Pietro, vescovo di Catania, nel 1739.
L’impianto architettonico a croce latina si articola su una navata centrale con alta volta a botte abbellita da stucchi ottocenteschi e con transetto su cui è impostata una pseudo cupola, e due navate laterali che accoglievano diversi altari. La facciata si caratterizza per un andamento sinusoidale e per le forme geometriche da cui emerge una sovrapposizione di due ordini architettonici, l’uno dorico e l’altro composito.
Molti gli elementi che rimandano ad una forte presenza dei Galletti al suo interno e ad un orizzonte culturale frutto della controriforma. Innanzitutto lo stemma della famiglia posto sulla volta della cappella di San Cataldo per ricordare il loro diritto di patronato, e le due imponenti e ricercate cornici settecentesche ubicate nel “transetto di famiglia” dove sono alloggiati i monumenti funebri di Giuseppe Galletti, deceduto nel 1751, e Nicola Galletti la Grua morto prematuramente a Licata nel 1793. Per non dire della statuaria, dei dipinti, degli arredi e suppellettili sacri che la famiglia palermitana si era prodigata nel tempo ad assicurare alla chiesa. A titolo di esempio, il grande ostensorio in argento sbalzato e cesellato dall’argentiere palermitano Giuseppe Didaco Russo commissionato da Giuseppe Galletti nel 1719, il pregiato Crocifisso in avorio sempre dello stesso secolo ricavato da un’unica zanna d’elefante lunga 70 cm, i paramenti liturgici ricamatati in oro o, se si vogliano altri riferimenti, le statue dell’Immacolata del 1689 di anonimo artista palermitano e quella di San Cataldo realizzata nel 1786.
                                                                                                                                                        Luigi Bontà

Il 9 maggio 2022, nella chiesa Madre di San Cataldo, si è svolto l'incontro di presentazione del percorso dei Principi alla comunità Sancataldese

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Locandina dell'evento

Relazione del prof. Bontà: Uno sguardo sulla chiesa Madre di San Cataldo

Alcune immagini dell'incontro del 9 maggio 2022